C’è una scena che chi ha guardato Lady Oscar da bambina non ha mai dimenticato davvero. Oscar François de Jarjayes in uniforme bianca, i capelli biondi al vento, la spada in pugno — né uomo né donna, o forse entrambe le cose insieme. A sei, sette, otto anni non avevi gli strumenti per spiegare cosa ti trasmetteva quell’immagine. Sapevi solo che ti colpiva in un posto difficile da nominare.
Oggi quel posto ha un nome. E Lady Oscar è, a tutti gli effetti, un’icona queer.

Chi è Lady Oscar (per chi se lo fosse dimenticato)
Lady Oscar — titolo originale Versailles no bara, La Rosa di Versailles — è un manga di Riyoko Ikeda pubblicato tra il 1972 e il 1973, adattato in anime nel 1979 e arrivato in Italia negli anni Ottanta diventando immediatamente un fenomeno generazionale.
La protagonista è Oscar François de Jarjayes, nata femmina ma cresciuta come un uomo dal padre — generale dell’esercito francese senza eredi maschi — e diventata comandante della Guardia Reale a Versailles, al fianco di Maria Antonietta. Intorno a lei ruotano aristocrazia in declino, rivoluzione imminente, amore non corrisposto e una delle rappresentazioni di genere più complesse che la cultura pop del Novecento abbia mai prodotto.
Un corpo, due mondi: il genere come performance
Oscar non è un personaggio travestito. Non si finge uomo per necessità contingente, come accade in decine di altre storie. Oscar è Oscar — un’identità costruita consapevolmente al di fuori delle categorie binarie disponibili nella Francia del Settecento e, non a caso, anche nel Giappone degli anni Settanta.
Indossa uniformi maschili, viene chiamata con pronomi maschili da chi la conosce solo in quel contesto, ma non rinuncia mai alla propria femminilità quando sceglie di esprimerla. La scena in cui appare in abito da sera e manda in crisi chiunque la guardi — compreso il lettore — non è un momento di debolezza o di cedimento: è la dimostrazione che Oscar abita il genere come uno spazio fluido, non come una prigione.
Judith Butler avrebbe dovuto aspettare il 1990 per pubblicare Genere e identità. Riyoko Ikeda lo aveva già illustrato nel 1972.
Il desiderio che non segue le regole
Lady Oscar complica ulteriormente le cose sul piano del desiderio. Il suo rapporto con Maria Antonietta è uno dei più analizzati dagli studiosi di queer theory applicata ai manga: tensione romantica, dedizione assoluta, uno sguardo che supera costantemente i confini dell’amicizia e della lealtà feudale.
André, l’amore della sua vita, la ama da sempre — ma la ama per quello che è, non nonostante quello che è. Il loro è forse uno dei pochissimi esempi di relazione romantica nella narrativa popolare dell’epoca in cui il partner maschile non cerca di “correggere” o “riportare alla normalità” la donna amata.
E poi c’è il modo in cui Oscar stessa sperimenta il desiderio: non come qualcosa che la definisce dall’esterno, ma come qualcosa che esplora in prima persona, con la stessa determinazione con cui sceglie ogni altra cosa della propria vita.
Perché le bambine degli anni Ottanta non l’hanno “capita” — e perché non è colpa loro
Lady Oscar è arrivata in Italia in un contesto culturale che non aveva nessuno strumento per leggerla. Il linguaggio dell’identità di genere e della sessualità queer era quasi completamente assente dal discorso pubblico. Quello che milioni di bambine e bambini hanno vissuto guardandola era reale — identificazione, turbamento, attrazione, riconoscimento — ma non aveva parole.
Questo spiega in parte perché Lady Oscar abbia attraversato generazioni di persone LGBTQ+ italiane come una specie di proto-rappresentazione inconsapevole: qualcosa che ha lasciato un segno prima che arrivasse il vocabolario per descriverlo.
Molte persone queer cresciute in Italia negli anni Ottanta e Novanta, ripensando alla propria infanzia, citano Lady Oscar tra i momenti in cui — senza saperlo — si sono viste per la prima volta.
Il revival e la nuova lettura
Negli ultimi anni Lady Oscar ha vissuto una riscoperta significativa, trainata in parte dalla nostalgia Y2K e in parte da una generazione più giovane che la scopre con gli strumenti della queer theory già in mano. Il risultato è una lettura molto più consapevole e molto più radicale di quella possibile negli anni Ottanta.
Su TikTok e Instagram circolano video e thread che analizzano Oscar come personaggio gender non-conforming, come proto-icona nonbinary, come esempio ante litteram di rappresentazione trans maschile — tutte letture legittime, tutte parziali, tutte significative.
Il punto non è stabilire quale sia quella “giusta”. Il punto è che Lady Oscar è abbastanza grande, abbastanza complessa e abbastanza vera da contenerne molte insieme.
Cinquant’anni dopo, è ancora avanti a noi
Riyoko Ikeda ha creato un personaggio che il mainstream culturale del 2025 farebbe ancora fatica a proporre senza dibattiti, polemiche, think piece e richieste di spiegazioni. Un personaggio che non si scusa della propria ambiguità, non la risolve in un finale rassicurante, non sceglie un’etichetta per far stare tutti più comodi.
Lady Oscar muore com’è vissuta: libera, irrisolta, impossibile da contenere in una categoria.
Ed è esattamente per questo che è un’icona queer. Non perché qualcuno l’abbia dichiarata tale. Ma perché non ha mai avuto bisogno del permesso di nessuno per esserlo.
