C’è un momento preciso in cui capisci cosa significa avere un’icona. Non è quando leggi il suo nome su una rivista, la vedi sul palco o sullo schermo. È quando ti riconosci in lei. Quando pensi: quella sono io, oppure quella voglio essere io. Per le donne queer, quel momento ha spesso richiesto una caccia al tesoro attraverso sottotesti, allusioni, personaggi secondari che finivano ammazzati nel terzo atto – e ogni piccolo frammento di rappresentazione veniva custodito come qualcosa di prezioso.
Questa è la storia di quelle icone. Reali, fittizie, a volte dichiarate e a volte solo intensamente, magneticamente leggibili. Tutte quante fondamentali.
Le più grandi icone lesbiche: tutto comincia da Saffo
Prima di parlare di TV e pop star, bisogna tornare indietro di duemila e seicento anni, sull’isola di Lesbo. Perché ogni conversazione sull’identità lesbica passa, prima o poi, da qui.
Saffo era una poetessa dell’isola greca di Lesbo, e il suo nome è diventato simbolo dell’amore e del desiderio tra donne. Le parole “saffica” e “lesbica” derivano rispettivamente dal suo nome e da quello della sua isola natale. Quello che colpisce di Saffo non è solo il suo essere un’icona retroattiva – qualcuno a cui la cultura queer ha attribuito un significato nel tempo – ma la potenza dei suoi frammenti poetici, sopravvissuti in pezzi: versi che descrivono la gelosia bruciante, il desiderio fisico, la bellezza delle donne amate con una precisione che non ha bisogno di note a piè di pagina.
Saffo non sapeva di essere un’icona (non poteva), ma il fatto che il suo nome sia diventato la radice di un’identità intera dice tutto sulla forza di quello che ha lasciato.

Frida Kahlo: il corpo diventa un manifesto
Saltando di qualche millennio, Frida Kahlo è forse il caso più complesso e affascinante di questa lista. Non perché la sua bisessualità sia in dubbio – Kahlo era apertamente bisessuale e indossava occasionalmente abiti tradizionalmente maschili, diventando una pioniera della non conformità di genere. Ma perché il modo in cui è diventata un’icona queer è stato lento, postumo e, ancora oggi, carico di tensioni.
Mentre era in vita, le categorie identitarie dell’acronimo LGBTQIA+ non erano diffuse come lo sono oggi, quindi è possibile che Kahlo non si sia mai definita bisessuale nel senso contemporaneo del termine. Era però esplicita riguardo alla propria attrazione verso entrambi i sessi, e mentre era sposata con Diego Rivera, ebbe relazioni documentate con la cantante Chavela Vargas, la performer Josephine Baker e l’artista Georgia O’Keeffe.
Il film Frida del 2002 di Julie Taymor, con Salma Hayek nel ruolo della pittrice, ha consacrato Kahlo nell’immaginario popolare come icona bisessuale. Ma Frida era già tutto questo molto prima del cinema: nei suoi autoritratti, nel modo in cui si vestiva da uomo in foto di famiglia, nel rifiuto assoluto di stare dentro una definizione stretta di femminilità o mascolinità.
Kahlo ha fatto del cross-dressing uno strumento di potere e indipendenza, usando il vestire per fare un punto politico nazionalista e insieme una dichiarazione sulla propria indipendenza dalle norme femminili. Un’opera come Che cosa mi ha dato l’acqua (1938) è letteralmente piena di immagini delle donne che amava.
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Gli anni Novanta: la decade che ha cambiato tutto
Se dovessimo indicare un periodo storico come la vera esplosione della visibilità lesbica nella cultura pop, sarebbe gli anni Novanta. Non perché prima non esistesse nulla – esisteva, ma spesso sotterraneo, codificato, accessibile solo a chi sapeva già dove guardare. I Novanta sono stati il momento in cui alcune di quelle storie sono uscite alla luce, con tutto lo scompiglio che questo comportava.
Ellen DeGeneres: “Yep, I’m Gay”
Il 30 aprile 1997 è una data che chi vive la storia queer conosce a memoria. Quando Ellen Morgan, il personaggio interpretato da Ellen DeGeneres nella sitcom Ellen, fece coming out nell’episodio del 30 aprile 1997, scosse l’industria televisiva dalle fondamenta. Fino a quel momento, solo una manciata di personaggi gay era apparsa in televisione, e nessuno era il protagonista principale di una serie.
La cosa più straordinaria non è solo che è successo, ma come è successo. DeGeneres fece coming out pubblicamente nella sua serie televisiva Ellen il 30 aprile 1997, in “The Puppy Episode”. L’episodio vide la partecipazione di grandi nomi tra cui Oprah Winfrey, Demi Moore, Billy Bob Thornton, k.d. lang e Melissa Etheridge, oltre a una breve apparizione della madre di DeGeneres. Era un momento di Hollywood che si schierava, apertamente, dalla parte di una donna che diceva di essere lesbica in prima serata su ABC.
In una copertina del Time magazine intitolata “Yep, I’m Gay”, pubblicata poche settimane prima della messa in onda dell’episodio, DeGeneres si era identificata apertamente come lesbica, unendosi ad altre celebrità uscite allo scoperto negli anni Novanta come k.d. lang e Melissa Etheridge.
Il prezzo fu altissimo. JCPenney, Domino’s Pizza e McDonald’s si unirono ad altri sponsor nel non trasmettere pubblicità durante l’episodio. La serie fu cancellata l’anno dopo. Ellen perse lavoro e fu praticamente marginalizzata dall’industria per anni. Ma l’impatto era già fatto. Il sito AfterEllen.com fu fondato proprio in onore del coming out di Ellen, come spazio che “copre la cultura pop lesbica e bisessuale con una prospettiva femminista e divertente”. Un intero ecosistema culturale era nato da quell’atto di coraggio.

k.d. lang: la voce che non si scusava
La cantante k.d. lang dichiarò la propria sessualità in un’intervista del 1992 con The Advocate, diventando la prima grande star della musica country ad uscire allo scoperto e aprendo la strada a molti musicisti queer che avrebbero seguito il suo esempio.
La cosa notevole di lang è che non smise di fare musica straordinaria dopo il coming out – anzi, divenne se possibile ancora più iconica. La sua interpretazione di Constant Craving è una delle grandi canzoni degli anni Novanta, punto. E la sua voce – profonda, avvolgente, inclassificabile — aveva qualcosa di queer già prima che lei dicesse una parola sulla propria vita privata.

Melissa Etheridge: il rock come identità
Melissa Etheridge era una delle voci più importanti del rock femminile quando fece coming out nel 1993. Poco dopo, rilasciò Come to My Window, che divenne un inno lesbico. Per un periodo fu la parte più visibile della famiglia omosessuale americana: la sua compagna Julie Cypher, l’aveva lasciata per il famoso cantante Lou Diamond Phillips.
Etheridge incarnava qualcosa di specifico: la butch rock star che non si scusava. La sua musica era intensa, fisica, emotiva in un modo che le sue fan capivano come linguaggio diretto. Poco dopo il coming out pubblico nel 1993, Etheridge rilasciò Come to My Window, che divenne rapidamente un inno lesbico e le valse il Grammy Award come miglior performance rock femminile.

Xena: Principessa Guerriera e il potere del sottotesto
Se c’è un personaggio televisivo che ha costruito un’intera generazione di fan lesbiche prima ancora che le storie esplicitamente queer fossero possibili in prima serata, quello è Xena.
La serie seguiva il viaggio di Xena nell’arco di sei stagioni mentre cercava redenzione per i propri peccati passati. Ma Xena e Gabrielle fecero qualcosa di più che salvare innocenti: contribuirono ad aprire la strada alle eroine d’azione in televisione e nel cinema, diventando un fenomeno culturale e icone femministe e lesbiche nel processo.
Il fatto straordinario è che i creatori erano perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo. Il produttore esecutivo R.J. Stewart ha detto chiaramente: “Abbracciavamo il sottotesto lesbico con gioia sfrenata. Sapere che c’erano serate dedicate a Xena nei gay bar di tutto il paese ci faceva ridere. Era perfetto. La nostra regola generale era usare il sottotesto ogni volta che aveva senso.”
Sebbene la serie sia finita ormai da decenni, molti continuano a celebrare la protagonista come icona lesbica, anche se la sua sessualità non fu mai formalmente chiarita. Come dimostra il documentario Queering the Script, c’era però una persona inizialmente ignara dell’appeal queer della serie fantasy: Xena stessa, ovvero Lucy Lawless.
Quando Lawless e la co-protagonista Renee O’Connor scoprirono l’esistenza del loro fanbase LGBTQIA+, dissero di averlo trovato “davvero divertente”. Una parte enorme di questo fandom, nata contemporaneamente a internet, era qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima.
Il caso Xena è didattico per capire come funzionano le icone queer: non serviva che la serie dicesse che Xena e Gabrielle erano una coppia. Bastava che le trattasse come se lo fossero – con intimità, dedizione reciproca, un legame che nessun’altra relazione poteva competere. Le fan lesbiche lavoravano con quello che avevano, e quello che avevano era abbastanza.

Willow e Tara: le streghe innamorate
Se Xena era il regno del sottotesto glorioso, Buffy the Vampire Slayer fece un passo avanti decisivo: portò una storia d’amore lesbica in primo piano, con due personaggi principali, per tutta la durata della serie.
Trasmessa dal 1997 al 2003, Buffy the Vampire Slayer introdusse in televisione una delle prime relazioni lesbiche di lunga durata tra i personaggi Tara Maclay e Willow Rosenberg. Non erano relegate ai margini della trama o confinate in un singolo episodio.
Quello che rendeva Willow e Tara così potenti era la loro normalità. Una delle differenze principali nel modo in cui la loro storia era scritta era che nessuno dei due personaggi era stato introdotto “come lesbica”. Entrambe erano state introdotte semplicemente come personaggi, prima di tutto. Il modo in cui gli altri personaggi accettavano la loro relazione senza drammi contribuì a normalizzare le coppie lesbiche in televisione.
Amber Benson, che interpretava Tara, ha detto: “Con Buffy sentivo di far parte di qualcosa di importante, e quello che stavamo facendo non era solo una serie televisiva. Era a disposizione di persone che vivevano in posti dove non esisteva una comunità.”
Nell’ultima stagione della serie, Willow fece l’amore con la sua nuova partner Kennedy in una scena che fu il primo atto sessuale lesbico trasmesso da una rete televisiva americana in prima serata.
La morte di Tara rimane uno dei momenti più dolorosi per la comunità lesbica nello spazio della cultura pop – un caso emblematico del tropo del “bury your gays”, quell’inquietante tendenza della narrativa a eliminare i personaggi queer non appena la loro storia prende forma. Ma il lascito di Willow e Tara va oltre quella morte: erano reali, erano complesse, erano amate.

The L Word: finalmente al centro
Nel 2004 arriva Showtime con qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: una serie televisiva in cui le protagoniste erano tutte lesbiche o bisessuali. Non personaggi secondari, non friend-of-the-week. Le protagoniste assolute.
The L Word era imperfetta in mille modi – era quasi ossessivamente bianca, quasi ossessivamente benestante, quasi ossessivamente glamour. Ma era lì. Era un intero universo narrativo costruito attorno a vite lesbiche, con le loro relazioni, i tradimenti, le famiglie queer, le identità in evoluzione. Per molte donne, è stato il primo posto in cui si erano viste riflesse, anche solo parzialmente.
Il personaggio di Bette Porter (Jennifer Beals) – professoressa d’arte, nera, femme, complicatissima – è diventata una delle figure più iconiche della storia lesbica televisiva. Non perché fosse perfetta, anzi: Bette fa scelte terribili per quasi tutta la serie. Ma era tridimensionale, e quella era la novità.

Hayley Kiyoko: “Lesbian Jesus”
Nel panorama musicale degli anni Dieci, la cantante pop Hayley Kiyoko è emersa come punto di riferimento fondamentale per le fan queer delle generazioni Millennial e Gen Z. Prima di diventare una grande icona lesbica, aveva iniziato come giovane attrice, apparendo in produzioni Disney come Lemonade Mouth e Wizards of Waverly Place. Il suo singolo Girls Like Girls, uscito nel 2015, è diventato rapidamente un inno lesbico popolarissimo.
Il soprannome “Lesbian Jesus” – attribuitole dalla sua community di fan – dice tutto. Kiyoko non stava semplicemente facendo musica pop con vaghi sottotesti; stava scrivendo canzoni esplicitamente su ragazze che amano ragazze, girando video in cui le coppie femminili erano visibili e romanticizzate, costruendo uno spazio in cui le sue fan potevano sentirsi viste. Non si è mai tirata indietro rispetto alla propria identità: ha dichiarato di aver capito di essere gay quando aveva solo sei anni.

Chappell Roan: la rinascita del pop lesbico
Poi è arrivata lei. E qualcosa è cambiato in modo definitivo.
La crescita di Chappell Roan rappresenta un cambiamento fondamentale nell’industria musicale, dove la queerness viene sempre più abbracciata e celebrata nella cultura pop mainstream. A differenza di alcune predecessori, le sue canzoni sulla queerness sono tra le più popolari, in costante ascesa nelle classifiche.
Nata Kayleigh Rose Amstutz, Chappell Roan è la ventiseienne sensazione pop che si è trasformata da adolescente di una piccola città del Missouri in uno dei più grandi successi musicali del 2024. Dopo essere stata scartata dalla Atlantic Records durante la pandemia, ha ricostruito la sua carriera in modo indipendente, fino a un’esplosione che ha visto i suoi ascolti mensili su Spotify aumentare di oltre il 500% in soli tre mesi.
La musica di Roan è irrimediabilmente queer, caratterizzata musicalmente da call-and-response, dalla sua esuberanza vocale, dai testi esplicitamente sessuali e dal suono synth pop anni Ottanta. Il suo sound richiama Kate Bush, The Cranberries, Cyndi Lauper e Marina and the Diamonds.
Good Luck, Babe! — il singolo che l’ha portata sulle classifiche mondiali nel 2024 — descrive un’ex amante la cui identità queer viene schiacciata dall’eterosessualità obbligatoria, dalla pressione sociale di conformarsi all’eterosessualità. Non è un tema timido, e lei non lo tratta timidamente.
La sua passione per l’identità queer si estende ben oltre la musica. Sostenitrice della cultura drag, arte con radici profonde nella comunità LGBTQIA+, contribuisce attivamente a promuovere le performer drag. Dai drag show locali come spalla dei suoi tour fino alle donazioni di parte dei proventi dei biglietti a organizzazioni LGBTQIA+, il suo sostegno va oltre il palcoscenico.
Quello che rende Roan diversa dalle icone del passato è forse questo: non sta solo essendo lesbica in pubblico. Sta attivamente costruendo un mondo in cui esserlo è normale, bello, degno di canzoni travolgenti e concerti sold out.

Santana Lopez e la televisione per ragazze
Passando alla televisione e le serie TV degli anni Dieci, vale la pena fermarsi su Santana Lopez di Glee. Per molte lesbiche della Generazione Z e Millennial, Santana Lopez (interpretata da Naya Rivera) è stata la prima ragazza come loro ad apparire in televisione.
Glee era una serie imperfetta in molti modi, ma il percorso di Santana – una cheerleader latina che scopre la propria identità lesbica, combatte con il peso del segreto, affronta il coming out in una piccola città conservatrice – era scritto con una cura insolita. E Naya Rivera lo interpretava con una vulnerabilità che rendeva il personaggio indimenticabile.
La morte prematura di Rivera nel 2020 ha aggiunto un dolore reale a questo lascito: l’attrice è diventata parte di quella lista di donne queer della cultura pop che non ci sono più fisicamente ma che continuano a essere presenti attraverso quello che hanno lasciato.

Icone “non dichiarate”
Una conversazione sulle icone lesbiche della cultura pop non può ignorare l’enorme categoria delle icone non dichiarate – personaggi o artiste reali la cui queerness è stata letta, percepita, vissuta da community di fan senza che nessuno abbia mai pronunciato la parola ad alta voce.
Le icone queer non devono necessariamente essere considerate loro stesse omosessuali: in certi casi, la preferenza nei loro confronti può essere un modo velato, da parte dei loro ammiratori, di vivere il proprio orientamento sessuale.
Lady Oscar – la protagonista del manga di Riyoko Ikeda La Rose de Versailles – è stata probabilmente la prima icona lesbica per intere generazioni di ragazze italiane degli anni Ottanta che non avevano ancora le parole per quello che sentivano. Una donna che si veste da uomo, comanda un esercito, è amata sia da donne che da uomini, sfida ogni norma di genere della sua epoca. Le fan lesbiche italiane la riconoscevano istintivamente come propria, molto prima che il concetto di “icona queer” esistesse nel linguaggio comune.
Lo stesso vale per personaggi come Ripley di Alien, per Clarice Starling di Il silenzio degli innocenti, per tutta la storia di Thelma & Louise – storie in cui le donne hanno relazioni primarie tra loro, in cui i legami femminili sono al centro, in cui qualcosa sfugge alla norma eterosessuale pur senza nominarla.

Il cinema: da Bound a Portrait of a Lady on Fire
Il grande cinema lesbico merita un capitolo a parte. Per anni, le storie di donne che si amano al cinema sono state confinate al dramma tragico (le protagoniste muoiono, si separano, vengono punite per la propria felicità), all’erotica per il male gaze (pensata per eccitare spettatori eterosessuali maschi, non per riflettere alcuna esperienza reale), o all’invisibilità.
Bound (1996) delle sorelle Wachowski è stato un punto di svolta: la relazione tra Corky e Violet non sembra stereotipata ma è centrale nella trama senza essere trattata come tragedia o nota a margine. In un momento in cui le donne queer erano raramente ritratte con autonomia, Corky è una protagonista completamente realizzata e senza scuse, rendendola una vera icona.
Portrait of a Lady on Fire (2019) di Céline Sciamma è probabilmente il film lesbico più importante degli ultimi decenni: una storia d’amore nel XVIII secolo costruita interamente sulla prospettiva femminile, in cui il desiderio è specifico, carnale e tenero al tempo stesso. Non c’è male gaze. Non c’è tragedia moralizzatrice. C’è solo amore, e la sua perdita, vissuti con tutta la loro complessità.

Brandi Carlile e la musica come testimonianza
Vincitrice di numerosi Grammy, Brandi Carlile ha una voce potente e distintiva, con un interessante mix di folk-rock, country e influenze western. Ha attirato notevole attenzione con il suo secondo album, The Story, le cui prime stagioni del popolare show televisivo Grey’s Anatomy usavano regolarmente la sua musica, consolidando ulteriormente il suo posto nella cultura pop. Carlile si identifica come lesbica ed è sposata con l’attrice inglese Catherine Shepherd dal 2012.
Carlile è un tipo particolare di icona: non una che costruisce un personaggio flamboyant o che cavalca la queerness come estetica pop. È una che scrive canzoni sulla propria vita con tale onestà che chiunque le ascolti riconosce qualcosa di sé. Quella honesty è una forma di visibilità tanto importante quanto qualsiasi dichiarazione pubblica.

Lo sport: Megan Rapinoe e le atlete lesbiche
Megan Rapinoe e Sue Bird sono entrambe atlete di livello assoluto che hanno fatto coming out come lesbiche e sono diventate la prima coppia dello stesso sesso ad apparire sulla copertina dell’edizione speciale The Body Issue di ESPN. Rapinoe in particolare è diventata un simbolo che va oltre lo sport: capelli rosa, pugno alzato, voce politica sulla difesa dei diritti civili. Un’icona totale nel senso più pieno del termine.
Nello sport, la visibilità lesbica è sempre stata complicata: ci sono calciatrici, giocatrici di basket, tenniste che vivono la propria identità pubblicamente da decenni, ma raramente con lo stesso riconoscimento culturale dei colleghi maschi gay. Rapinoe ha rotto questo schema con una visibilità talmente intensa da rendere impossibile ignorarla.

Cosa significa essere un’icona lesbica
Dopo aver percorso tremila anni di storia – da Lesbo a Chappell Roan – vale la pena fermarsi a chiedersi: cos’è che trasforma una persona o un personaggio in un’icona lesbica?
Alcune delle qualità principali di un’icona queer includono frequentemente la bellezza e il fascino, l’eleganza e il glamour, la forza di fronte alle avversità, una tendenza all’androginia, gesti a volte al limite dell’eccentricità nel modo di proporsi. E nel caso di artisti, l’aver creato opere che la comunità omosessuale ha assunto come parte integrante della propria cultura.
Ma c’è qualcosa di più specifico per le icone lesbiche. È la capacità di dire esisti a chi non si è mai sentita esistere. È la differenza tra storie scritte per uno sguardo esterno e storie che parlano dall’interno di un’esperienza. È Xena e Gabrielle che si guardano in un modo che nessuna spiegazione etero può contenere. È Willow che dice “non era le donne, era lei”. È Chappell Roan che canta Good Luck, Babe! davanti a centomila persone.
Come ha spiegato la regista Gabrielle Zilkha nel documentario Queering the Script: “Vederci o non vederci ha un impatto significativo sul nostro sviluppo come persone. Informa come gli altri ci vedono e come siamo posizionate nella società.”
Le icone lesbiche non sono solo stelle da ammirare. Sono prove che esistiamo – che siamo sempre esistite, che le nostre storie meritano di essere raccontate, che la nostra gioia è reale e possibile. E finché ce ne sarà bisogno, continueremo a cercarne di nuove, a riconoscerle quando arrivano e a tenerle strette.